Omar Osman, City Lead di Talent Garden Roma Ostiense, racconta come la piattaforma europea nata in Italia stia accompagnando aziende e startup nei percorsi di trasformazione digitale, formazione continua e open innovation
Innovazione è la parola d’ordine mentre costruzione di percorsi per favorire crescita, connessioni e sviluppo assume un ruolo ben preciso nella filosofia aziendale di Talent Garden, con sede a Roma Ostiense. Stiamo parlando della piattaforma europea nata in Italia nel 2011, attiva nel coworking, nella formazione e nella creazione di community per professionisti del digitale e dell’innovazione. La mission di Talent Garden è favorire connessioni, crescita e sviluppo di progetti concreti, mettendo in relazione startup, aziende e talent. Con Omar Osman, City Lead del campus Roma Ostiense di Talent Garden, cerchiamo di approfondire il significato di innovazione a beneficio dell’economia e delle imprese.
Omar, che ruolo assume l’innovazione nell’economia italiana?
«L’innovazione in Italia non è più un dipartimento o un’opzione “nice-to-have”, ma è una leva essenziale per la sopravvivenza e la crescita, e ha un passo diverso rispetto alla Silicon Valley: non nasce dalla corsa ossessiva alla “next big thing”, ma dalla capacità di creare valore dentro un tessuto produttivo composto di persone e relazioni reali. Se guardiamo ai dati, l’Italia ha un tessuto imprenditoriale straordinario fatto di PMI che, però, faticano a scalare dimensionalmente.
È importante considerare l’innovazione non solo come pura tecnologia, ma come capitale umano. L’innovazione tecnologica corre più veloce della capacità delle persone di apprenderla e il nostro ruolo è colmare questo gap. Non serve solo teoria, ma azioni concrete. Un esempio concreto è la AI Startup School di Talent Garden: la prima scuola gratuita pensata per chi vuole avviare una startup basata sull’Intelligenza Artificiale o semplicemente comprendere come l’AI possa essere utilizzata per trasformare il proprio business, grazie al supporto di docenti che non sono accademici, ma founder e imprenditori di realtà di rilievo come Satispay, Banding Spoon, Serenis, UnoBravo e molti altri. A Roma, come nel resto d’Italia, innovare significa unire creatività e pragmatismo. Molti dei founder di successo non vengono dalle metropoli globali, ma dalla provincia italiana, portando con sé quella capacità di “costruire con i piedi per terra e la testa nel futuro”. Per noi l’innovazione è proprio questo: non distruggere, ma costruire partnership sostenibili tra le nuove realtà agili e le imprese consolidate. È un’evoluzione che rispetta la nostra storia economica».
Dal 2000 stiamo vivendo in un mondo sempre più interconnesso. Qual è l’importanza di sviluppare progetti condivisi anche con soggetti economici stranieri?

«È fondamentale. L’era dell’azienda “isola” è finita: oggi vince chi fa Open Innovation. Talent Garden stessa è nata in Italia ma ha capito subito che per avere un impatto reale doveva diventare una piattaforma europea (siamo presenti da Madrid a Copenaghen). Sviluppare progetti con soggetti esteri non serve solo a “esportare”, ma a “importare” complessità e best practice. Quando connettiamo una startup romana con un investitore francese o un corporate partner nord-europeo, non stiamo solo muovendo capitali, stiamo accelerando la maturità del nostro ecosistema. In un mondo interconnesso, la competizione sui talenti è globale: collaborare con soggetti stranieri ci permette di trattenere i cervelli in Italia, offrendo loro sfide internazionali pur restando fisicamente a Roma. La condivisione abbatte le barriere culturali e accelera drasticamente il goto-market».
Che ruolo assume la community nell’economia italiana?
«È l’asset intangibile più potente che abbiamo. In Italia, storicamente, la fiducia è sempre stata un fattore critico. La community, intesa come ecosistema fisico e digitale, è invece un acceleratore di fiducia, non è solo “stare nello stesso ufficio”. È quello che noi a volte chiamiamo “Serendipity”: la possibilità che, prendendo un caffè, un freelance incontri il CEO di una grande azienda e nasca un progetto imprenditoriale congiunto. Nell’economia italiana, spesso frammentata, la community agisce da collante. Permette alle piccole realtà di fare sistema e alle grandi aziende di contaminarsi con l’agilità delle piccole. I dati ci dicono che le aziende inserite in ecosistemi attivi crescono più velocemente perché accedono a risorse, know-how e partner in tempi ridotti. La community riduce l’attrito del business, diventa anche un moltiplicatore di PIL locale. In Talent Garden, ad esempio, abbiamo creato un ecosistema ibrido dove la contaminazione genera business. Qui convivono colossi della consulenza come Accenture, che ha insediato da noi il suo Cloud Innovation Center, e Deloitte, accanto a scale-up internazionali che stanno ridisegnando i mercati: penso a Uber per la mobilità, Scalable Capital che sta democratizzando gli investimenti finanziari, o Systematica, eccellenza nella pianificazione dei trasporti e della mobilità urbana. Ma l’impatto più forte lo vediamo nel vivaio di startup innovative che stanno crescendo esponenzialmente proprio qui, come WithLess, una fintech che aiuta le aziende a ottimizzare i costi dei software SaaS riducendo gli sprechi; Klaaryo e MatchGuru, che stanno rivoluzionando il mondo HR, la prima automatizzando il recruiting via WhatsApp con l’AI, la seconda applicando logiche di “matching” avanzato tra talenti tech e aziende con un network di headhunters; Syllotips, che usa l’Intelligenza Artificiale per mappare e distribuire la conoscenza aziendale. A tutto questo si aggiungono fenomeni di community “dal basso” come Urbe. eth, nata nei nostri corridoi e diventata motore di ETH Rome, un evento Web3 di portata mondiale che da ormai tre anni si tiene nei nostri spazi. Questo mix di corporate, scale-up e startup crea un indotto economico e di competenze che non ha eguali sul territorio».
Quali sono i percorsi e gli strumenti innovativi fondamentali e strategici per le imprese che vivono questo momento storico?
«L’adozione trasversale dell’Intelligenza Artificiale. Non stiamo parlando di uno strumento solo per i tecnici IT ma di una competenza che deve permeare ogni area aziendale: dal Marketing all’HR, fino all’Amministrazione. Lo strumento fondamentale è quindi la Formazione Continua (Lifelong Learning) focalizzata sull’AI. La tecnologia diventa obsoleta in 18 mesi, ma il mindset resta. Le aziende devono investire massicciamente in reskilling e upskilling: non troveranno fuori tutte le competenze che cercano, devono costruirle internamente. La sfida oggi non è solo “adottare l’AI”, ma rendere l’intera popolazione aziendale capace di dialogare con questi strumenti per aumentare la produttività e liberare creatività».
Il digitale come favorisce il processo produttivo delle imprese?
«Il digitale, oggi, agisce come un moltiplicatore di efficienza senza precedenti. Lavorando con circa 150 grandi aziende in tutta Europa, abbiamo osservato che si può arrivare a un efficientamento dei processi del 30-35% già solo utilizzando gli strumenti di AI base, senza dover sviluppare piattaforme costose ad hoc. L’AI va vista come un vero e proprio assistente, un “copilota”. Non è un tasto magico che produce il risultato finale, ma un partner con cui pensare: si fa ricerca insieme, si interagisce per arrivare a una sintesi, e poi ci si fa aiutare a perfezionare l’output. Questo approccio permette alle aziende di risparmiare tempo prezioso e, dato interessante, di riportare all’interno attività che prima venivano esternalizzate per mancanza di risorse. Il digitale rende il processo produttivo più fluido, permettendo ai lavoratori di concentrarsi sulla qualità e alla tecnologia di gestire l’operatività».




