Roma ha ricerca, istituzioni e dati. La nuova sfida è trasformare un ecosistema già avanzato in tecnologia pubblica su scala
Contributo editoriale di Giovanni Sivero
Roma parte da una posizione che poche capitali europee possono replicare: concentra ministeri, agenzie nazionali, grandi amministrazioni, università, enti di ricerca, ospedali e istituti scientifici, aziende partecipate, imprese tecnologiche e una domanda pubblica di dimensione nazionale. Attorno alla Capitale opera inoltre un ecosistema regionale fortemente specializzato in aerospazio, salute, digitale, cybersecurity, energia e industrie creative.
Il punto, quindi, non è costruire da zero una capacità di innovazione. Quella capacità esiste già ed è riconosciuta a livello internazionale. La vera sfida è compiere il passo successivo: rendere ancora più rapido e sistematico il trasferimento della ricerca verso il mercato e, soprattutto, verso i servizi pubblici.
Negli ultimi anni il Lazio ha rafforzato in modo significativo questa infrastruttura. Rome Technopole rappresenta uno dei principali esempi: un ecosistema che mette in rete università, centri di ricerca, istituzioni e imprese con l’obiettivo di consolidare la transizione digitale, energetica e biomedica del territorio. La presenza congiunta di competenze scientifiche, grandi soggetti pubblici e industria rende Roma un laboratorio naturale per sperimentare modelli di innovazione che possano poi essere estesi su scala nazionale.
Anche il trasferimento tecnologico sta diventando sempre più centrale. Programmi regionali dedicati, strumenti per startup innovative, iniziative di venture capital e interventi sulle filiere strategiche mostrano una direzione precisa: non limitarsi a finanziare la ricerca, ma accompagnare le tecnologie verso l’applicazione. È un passaggio decisivo. Una buona idea scientifica diventa valore economico e sociale quando incontra un problema concreto, un utilizzatore e un mercato. Ed è proprio qui che Roma dispone di un vantaggio particolare: la città della ricerca e la città dell’amministrazione coincidono geograficamente. Questa prossimità può diventare uno dei principali fattori competitivi della Capitale.
La pubblica amministrazione, infatti, non è soltanto regolatore o destinatario finale dell’innovazione. Può diventare anche il primo utilizzatore di tecnologie avanzate. Gli strumenti di procurement innovativo, gli appalti pre-commerciali e i nuovi canali di accesso al mercato pubblico per startup e imprese tecnologiche vanno esattamente in questa direzione.
Negli ultimi anni anche Consip e AgID hanno ampliato gli strumenti a disposizione delle amministrazioni per favorire l’acquisto di soluzioni innovative. L’intelligenza artificiale, il GovTech, il deep tech e i servizi digitali stanno progressivamente entrando nel ciclo degli acquisti pubblici, non come elementi accessori ma come leve di modernizzazione. È un’evoluzione importante perché consente di leggere il procurement non più soltanto come procedura amministrativa, ma anche come strumento di politica industriale e innovazione.
L’amministrazione pubblica italiana dispone già di competenze, infrastrutture digitali e piattaforme che in diversi ambiti rappresentano riferimenti avanzati anche nel confronto internazionale. La diffusione dell’identità digitale, dei pagamenti elettronici verso la PA, dell’interoperabilità delle banche dati e dei servizi pubblici digitali dimostra che la trasformazione non parte da zero. La fase attuale consiste piuttosto nel capitalizzare questi risultati e portarli a un livello ulteriore di integrazione e utilizzo. Per questo la questione non dovrebbe essere posta in termini di ritardo, ma di accelerazione.
Il passaggio decisivo consiste nel rendere sempre più diretto il rapporto tra fabbisogni delle amministrazioni e capacità di ricerca e impresa. Un ospedale che deve ridurre tempi amministrativi, un Comune che vuole migliorare la manutenzione del patrimonio, un ente pubblico che deve analizzare grandi quantità di dati o una struttura centrale che vuole automatizzare attività ripetitive possono diventare il punto di partenza di percorsi di innovazione.
In questo modello la PA non attende semplicemente che una tecnologia sia pronta: contribuisce a definirne il problema, partecipa alla sperimentazione e può diventarne il primo cliente. È la logica del venture client applicata al settore pubblico: non acquistare tecnologia per inseguire una tendenza, ma utilizzare il potere della domanda pubblica per orientare soluzioni verso bisogni reali.
Roma ha condizioni particolarmente favorevoli per farlo. La concentrazione di amministrazioni centrali permette di sperimentare tecnologie in contesti complessi; la presenza delle università consente di affiancare competenze scientifiche; le imprese e le startup possono trasformare la sperimentazione in prodotto.
C’è poi un’altra infrastruttura strategica: i dati. Le amministrazioni centrali, gli enti locali, la sanità, la mobilità, il patrimonio culturale, le università e le grandi aziende pubbliche producono una quantità enorme di informazioni. Quando questi dati sono affidabili, interoperabili e utilizzabili nel rispetto delle regole, diventano una piattaforma per nuovi servizi.
Questo è particolarmente rilevante nell’epoca dell’intelligenza artificiale. L’AI produce il massimo valore quando viene applicata a processi già digitalizzati, dati di qualità e responsabilità chiaramente definite. L’Italia ha già costruito una parte importante di questa infrastruttura. Ora può utilizzare tale patrimonio per sviluppare servizi pubblici sempre più predittivi, personalizzati ed efficienti.
La fase successiva al PNRR sarà quindi meno legata alla semplice creazione di nuove strutture e più alla capacità di consolidare quelle esistenti. Il successo degli ecosistemi dell’innovazione potrà essere misurato non soltanto dal numero di progetti finanziati, ma dalla capacità di generare brevetti utilizzati, startup cresciute, investimenti privati, occupazione qualificata, contratti industriali e soluzioni adottate concretamente dalle amministrazioni.
In questo scenario Roma non parte da una posizione di debolezza. Al contrario, dispone già di una combinazione di ricerca, istituzioni, infrastrutture digitali, capitale umano e domanda pubblica che la colloca tra i territori europei con le maggiori potenzialità per lo sviluppo del GovTech e dell’innovazione pubblica. La sfida è trasformare questa densità di competenze in velocità di adozione. Non si tratta quindi di correggere un sistema privo di innovazione, ma di far compiere un ulteriore salto di scala a un sistema che ha già raggiunto risultati importanti.
Roma possiede gli ingredienti: ricerca, istituzioni, dati, università, grandi imprese e una rete crescente di startup. Il prossimo passaggio è connetterli sempre più strettamente. È così che la Capitale può rafforzare il proprio ruolo non soltanto come luogo in cui si amministrano e si regolano le tecnologie del futuro, ma come uno dei luoghi europei in cui quelle tecnologie vengono progettate, sperimentate e trasformate in servizi pubblici migliori.




