InnovUp e la strategia dell’open innovation

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Dai modelli di collaborazione tra start up e grandi imprese al ruolo strategico del Lazio, fino agli strumenti europei e nazionali di politica industriale. Un’analisi delle leve chiave per sostenere investimenti, competenze e crescita dell’ecosistema italiano dell’innovazione nel medio-lungo periodo

Nata dalla fusione tra Italia Startup e APSTI, InnovUp è oggi il punto di riferimento nazionale per l’ecosistema delle start up e dell’innovazione, riunisce infatti oltre 300 imprese e attori dell’open innovation.

Giorgio Ciron, Direttore di InnovUp, ci parla di modelli di open innovation, del ruolo dei territori e degli strumenti europei e nazionali a supporto di investimenti ed equity.

Start up, scale up e grandi imprese sono sempre più chiamate a dialogare. Dal suo osservatorio, quali modelli di collaborazione stanno funzionando meglio?

«Negli ultimi anni si sono affermati quattro approcci principali. I programmi di open innovation strutturati, in cui le corporate lavorano su sfide concrete insieme a start up e scale up; le partnership industriali di medio periodo, che integrano tecnologie emergenti nelle piattaforme delle grandi aziende; le iniziative di co-sviluppo e co-investimento, spesso con il coinvolgimento di incubatori, acceleratori e centri di innovazione; infine il venture clienting, una modalità sempre più matura e strutturata, per la quale abbiamo definito anche un vademecum con poche e semplici regole che dovrebbero aiutare questi due mondi a parlarsi con maggiore efficacia. Questo ecosistema collaborativo è oggi uno dei motori più solidi della crescita italiana, perché genera occupazione qualificata, nuove competenze e valore lungo l’intera filiera».

Il Lazio è un territorio particolarmente ricco di attori istituzionali, industriali e della ricerca. Che ruolo può giocare a livello nazionale?

«Il Lazio è la seconda regione italiana per numero di start up ed ex start up innovative, con circa 2.800 imprese, oltre 7mila addetti (circa l’11% dell’occupazione italiana nelle startup) e un valore aggiunto di 366 milioni di euro, pari al 10% del totale nazionale [Report impatto occupazionale delle startup innovative italiane tra il 2012 e il 2024]. Questo significa che il Lazio può agire da piattaforma di sperimentazione di politiche, partenariati pubblico-privato e progetti europei che poi possono essere scalati su base nazionale, in dialogo con hub come la Lombardia che resta il motore dell’innovazione per dimensioni e impatto economico. La presenza combinata di PA centrale, grandi corporate, ecosistemi della ricerca e imprenditorialità digitale rende la regione un laboratorio ideale per integrare innovazione tecnologica, nuovi servizi e riforme amministrative a beneficio dell’intero Paese».

Guardando ai programmi europei e agli strumenti di politica industriale, quali sono oggi le priorità?

«Le direttrici principali sono quattro. Il rafforzamento del venture capital e degli strumenti di equity, sia a livello europeo – attraverso l’EIC e lo Scaleup Fund – sia a livello nazionale, favorendo l’ingresso di fondi pensione e casse di previdenza.

Lo sviluppo dei servizi di open innovation, nelle collaborazioni tra imprese e anche tra start up e pubblica amministrazione. La costruzione di un mercato europeo realmente integrato, attraverso il cosiddetto 28° regime. Infine, la stabilità delle agevolazioni fiscali e degli incentivi all’innovazione, a partire dal rinnovo della detrazione del 30% per chi investe in start up e PMI innovative, che va resa più semplice e prevedibile».

In uno scenario segnato da transizioni tecnologiche e nuove tensioni geopolitiche, quali prospettive vede per il sistema italiano?

«I dati sull’impatto occupazionale e sugli investimenti mostrano che l’innovazione non è una nicchia, ma un pilastro della stabilità del Paese: tra il 2012 e il 2024 la filiera ha generato quasi 244mila nuovi posti di lavoro e un fatturato cumulato di oltre 27 miliardi di euro. Per imprese e investitori, i segnali da osservare sono almeno tre: la capacità del Paese di mantenere regole stabili e politiche di scala; l’evoluzione delle filiere high-tech, servizi digitali, manifattura avanzata, life science, mobilità e transizione energetica, dove già oggi si concentra oltre la metà degli occupati delle start up innovative. Se sapremo orientare più risparmio privato verso l’economia reale e semplificare i percorsi per chi innova, l’Italia potrà collocarsi in Europa come uno dei Paesi più attrattivi per costruire imprese tecnologiche globali»

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Immagine di Cinzia Funcis
Cinzia Funcis
Coordinatrice di redazione e giornalista

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