Co-progettazione e concretezza per superare la visione tradizionale di accessibilità. Nell’intervista a Sofia Pinto Folicaldi, le sfide e l’approccio di OLIÙ per trasformare i luoghi della cultura in spazi accoglienti
C’è una visita alla Basilica di Aquileia nello sguardo di Sofia Pinto Folicaldi, Co-Founder di OLIÙ insieme a Valeria Grasso e Giovanni DeCarli: un’esperienza in cui accessibilità e abbattimento delle barriere smettono di essere solo strumenti o adempimenti e diventano cura, attenzione, accoglienza vera. In questa intervista Sofia racconta da dove nasce OLIÙ e perché rendere i luoghi della cultura accessibili significa migliorarli per tutti e non solo per le persone con disabilità e fragilità.
OLIÙ nasce da un’intuizione. Qual è stato il momento in cui hai capito che un luogo della cultura poteva compiere un passo decisivo verso una maggiore accessibilità e accoglienza?
«Un momento particolarmente significativo per me è stata una visita guidata alla Basilica di Aquileia, non so se si possa definire un’epifania ma sicuramente è stato per me un punto di svolta. Vivere il percorso di visita progettato dalla responsabile dei percorsi di accessibilità del patrimonio della Basilica mi ha permesso di guardare a supporti e strumenti che avevo già incontrato in passato con un’ottica nuova: quella dell’attenzione, della cura e di una volontà profonda di rendere l’offerta culturale realmente accogliente, oltre che accessibile. È stato un momento illuminante, che con il senno di poi conferma come la visione di OLIÙ non sia solo possibile, ma necessaria».
OLIÙ nasce per rendere i luoghi della cultura accoglienti per chiunque. Che cosa significa, nella pratica, far sì che la bellezza non abbia un ingresso riservato?

«Diamo per assodato che l’accesso alla cultura, alla bellezza e alle opere d’arte è un diritto sacrosanto per tutti. Il dibattito non deve essere sul chi può accedere, tutti devono poterlo fare. A livello pratico, bisogna portare nei luoghi della cultura prodotti, servizi, formazione ed esperienze che rispettino le sensibilità di tutti i visitatori come valore e non come limite, un modo particolare e unico di interagire con l’opera d’arte».
Quando si parla di accessibilità si pensa spesso a rampe, ascensori o ausili tecnici. OLIÙ sembra proporre qualcosa di più ampio. Che cosa manca in questa visione tradizionale?
«In diversi contesti, non solo in luoghi di cultura, mi è capitato di vedere tavole in braille o una rampa solo come strumenti. Alla Basilica di Aquileia invece, quella cura e quell’attenzione mi hanno fatto veramente rendere conto dell’importanza di un cambio di paradigma: di come un’offerta culturale che abbiamo ereditato può essere valorizzata proponendo più varianti del percorso di visita. Lo strumento quindi deve essere pensato e progettato non solo come un adempimento normativo ma come una proposta didattica integrativa di grande valore per tutti. Quindi, se devo pensare a cosa manca, è proprio l’approccio dell’andare a complementare l’offerta culturale e non rimuovere o sminuirne il valore per poterla rendere più “accessibile”. È esattamente l’opposto: dobbiamo esporre meglio, non di meno. Peraltro a beneficio di tutti».
Perché un luogo della cultura più accessibile e accogliente non è utile solo alle persone con disabilità, ma migliora l’esperienza di tutti?
«Credo che l’effetto “curb cut” riassuma perfettamente quale sia la mentalità che un luogo della cultura, e non solo, deve avere quando si parla di accessibilità.
Quando si va a sviluppare un prodotto o un servizio, pensando a una specifica categoria di persone, una volta che lo si implementa, ci si rende conto di come ciò che si è realizzato va a vantaggio e beneficio di tutti. Giusto per fare un esempio e riallacciandomi alla mia “epifania”: una riproduzione tridimensionale di un mosaico permette al visitatore attraverso il tatto di scoprire come e comprendere come sia fatto e di che elementi è composto, anche se non si tratta di una persona cieca o ipovedente».
Nel progetto parlate di coinvolgere persone con disabilità e sensibilità diverse non come destinatari, ma come protagonisti.
«Co-progettare con associazioni, famiglie, con le persone stesse che vivono e conoscono profondamente quella sensibilità, quella fragilità, quella disabilità, ci permette di realizzare un prodotto adatto e calzante per le loro necessità reali. Rivolgerci a chi può indicarci realmente di cosa ha bisogno è la necessità primaria per poter realizzare qualcosa di utile, efficace, bello e profittevole. E per la regola dell’“effetto curb cut” scopriamo come gli spunti che vengono suggeriti non vanno a beneficio unicamente delle persone che li hanno suggeriti ma di tutti».
Molti imprenditori cercano per i loro progetti di sostenibilità di avere un impatto reale, non solo comunicativo. Perché lavorare con OLIÙ può essere un’opportunità concreta per un’impresa?
«Credo che alla base ci sia un desiderio profondo di concretezza. Non si tratta di considerare solo il reale o solo l’astratto, perché le soluzioni e i prodotti che implementiamo da una parte sono rendicontabili, certificabili e basati su parametri chiari e dall’altra permettono di suscitare emozioni e sensazioni che non sempre sono tangibili o schematizzabili in tabelle, e che sarebbe difficile misurare in modo oggettivo. Pur mettendo un applausometro a fine visita, non ci riusciremmo.
Ed è proprio per questo desiderio di concretezza che abbiamo scientemente deciso di costituire una Società Benefit: perché siamo convinti che tutto ciò che realizziamo sia un servizio competitivo che ha un valore reale sul mercato e ha un impatto positivo, reale e concreto».




