Dal monocentrismo di Roma al rilancio delle province: una rete integrata nel Lazio è la chiave per valorizzare il patrimonio diffuso. Una sfida che unisce la manutenzione ordinaria e la rivoluzione dei depositi aperti a nuovi modelli di archeologia pubblica, accessibile e condivisa per tutti
Il Lazio affronta una doppia sfida: l’89,5% del turismo si concentra a Roma, isolando le province, mentre l’area archeologica centrale sconta una forte frammentazione istituzionale. Per invertire la rotta servono una narrazione consapevole, contenuti di qualità, manutenzione ordinaria e una gestione aperta dei depositi. In questa intervista, ce ne parla Simone Pastor, storico dell’antichità, museologo e manager culturale. Funzionario presso i Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali, Pastor unisce una profonda competenza sul campo a una visione internazionale: è coordinatore del gruppo di lavoro sull’IA applicata ai Beni Culturali per la DG Musei del MiC e referente europeo per la World Internet Conference di Pechino. Una riflessione che ridisegna il futuro del territorio tra reti museali, manutenzione e accessibilità.
Il Lazio è un territorio caratterizzato da un patrimonio culturale diffuso, che va dai grandi attrattori della Capitale ai siti archeologici e museali delle province. Quanto è importante lavorare su una valorizzazione integrata, capace di mettere in relazione conservazione, divulgazione, accessibilità e promozione dei luoghi della cultura?

«Il Lazio possiede un patrimonio culturale diffuso, ma il turismo si concentra in modo patologico: Roma e provincia assorbono l’89,5% delle presenze regionali, contro il 4,5% di Latina e lo 0,4% di Rieti. A scala urbana il fenomeno si acuisce: l’86,4% dei visitatori di siti culturali si concentra nel centro storico di Roma (Colosseo, Fontana di Trevi, Pantheon, Vaticano), ovvero lo 0,3% del territorio comunale. I milioni di turisti che arrivano nella capitale, salvo rare eccezioni, non escono da essa. Il resto del Lazio – Tuscia, Ciociaria, Castelli Romani, costa – resta invisibile alla domanda turistica, sia internazionale che nazionale.
Il paradosso è che la forza attrattiva di Roma non irradia benefici sul territorio regionale, ma anzi li inibisce, agendo come un monocentrismo assoluto invece che come motore diffuso. Per questo una strategia di valorizzazione integrata non può limitarsi a sommare iniziative locali scollegate: deve partire dal centro stesso, costruendo connessioni concrete tra i grandi attrattori romani e il patrimonio diffuso delle province. Il centro deve dialogare con la periferia, trasformando la concentrazione in un punto di partenza per la diffusione, non in un limite strutturale».
I Mercati di Traiano e il Museo dei Fori Imperiali rappresentano un punto di osservazione privilegiato sulla storia di Roma. In che modo luoghi come questi possono contribuire a costruire un turismo più consapevole, capace di andare oltre la semplice visita e di generare conoscenza?
«Il centro archeologico di Roma è tra gli spazi più visitati al mondo, ma la maggior parte dei visitatori porta via un’immagine o un nome, senza comprendere davvero la stratificazione storica, le trasformazioni urbane e il significato politico dei luoghi nel tempo lungo. Il problema non è la mancanza di interesse del pubblico, ma la qualità dell’esperienza offerta.
Serve una narrazione capace di rendere visibile ciò che non lo è a prima vista: fasi costruttive successive, funzioni mutate nel tempo, personaggi che hanno abitato o trasformato quei luoghi. I Fori Imperiali, ad esempio, non sono solo rovine antiche, ma il palinsesto di duemila anni di storia urbana, dal Medioevo al Rinascimento, dalle trasformazioni fasciste fino a oggi.
In questa direzione si muove il progetto CArMe (Centro Archeologico Monumentale di Roma), il tentativo più organico finora avviato per ripensare l’intera area come sistema unitario, connettendo Fori, Colosseo, Celio, Palatino, Terme di Caracalla, Circo Massimo e Campidoglio. L’obiettivo è superare la logica dei recinti separati a favore di un grande anello percorribile, capace di restituire al visitatore, e al cittadino romano, la coerenza spaziale e storica dell’intera area archeologica centrale».
La valorizzazione del patrimonio culturale passa sempre più dalla qualità dei contenuti, dei materiali per il pubblico, delle mostre e delle attività divulgative. Quali strumenti ritiene oggi più efficaci per avvicinare cittadini, visitatori e nuove generazioni ai luoghi della cultura?
«La qualità dei contenuti è il cuore di qualsiasi strategia di valorizzazione. Non esistono tecnologie che, da sole, rendano efficace la comunicazione culturale: ciò che conta è la coerenza tra il messaggio, il pubblico e il mezzo scelto per trasmetterlo.
Alcuni approcci si sono dimostrati particolarmente efficaci. Le mostre temporanee rimangono uno strumento potente non come “eventi” superficiali, ma perché consentono di affrontare temi specifici con profondità, portando alla luce oggetti spesso inaccessibili e creando dialogo tra istituzioni. Una mostra ben progettata è ricerca applicata: obbliga a fare sintesi e a costruire un racconto verificabile.
Per le nuove generazioni, le tecnologie digitali e interattive offrono possibilità reali, a condizione che siano usate per aggiungere strati di senso e non per sostituire l’esperienza diretta. Il rischio dell’“effetto wow” senza contenuto va evitato. Parallelamente, i programmi educativi, i laboratori e le attività di partecipazione attiva restano gli investimenti più produttivi sul lungo periodo: costruiscono un pubblico consapevole, non un’utenza momentanea. In questo contesto, la divulgazione scritta di qualità continua ad avere un ruolo centrale: un testo ben scritto, chiaro e preciso, vale più di mille effetti speciali».
Quando si parla di valorizzazione del patrimonio, il racconto al pubblico deve includere temi meno visibili ma fondamentali, come conservazione, manutenzione e cura. Qual è oggi lo stato di attenzione su questi aspetti e quanto incidono sulla qualità dell’esperienza culturale?
«È la manutenzione quotidiana a determinare se un sito sarà fruibile tra vent’anni, ma rappresenta la voce di costo più rilevante per ogni istituto culturale – circa il 60% degli introiti. Un monumento degradato, una didascalia illeggibile, un percorso non sicuro trasmettono al visitatore un messaggio implicito: quel luogo non è considerato importante da chi lo gestisce.
A questo si lega la questione dei depositi museali: la maggior parte del patrimonio dei musei italiani non è esposta, ma custodita in depositi spesso con inventariazione incompleta e risorse insufficienti; una riserva straordinaria di conoscenza inutilizzata, non per mancanza di valore, ma per la complessità degli investimenti richiesti. La Direzione Generale Musei, guidata da Massimo Osanna, lavora da anni su questo fronte, promuovendo una trasformazione nella gestione dei depositi: da spazi inaccessibili a luoghi di ricerca e fruizione. La valorizzazione dei depositi è tra le azioni prioritarie del sistema museale nazionale, insieme a manutenzione programmata, nuovi allestimenti e innovazione digitale. Recuperarli non significa aprirli: significa prima conoscerli, catalogarli, conservarli, e poi immaginare nuove forme di fruizione».
La gestione di siti archeologici complessi richiede un equilibrio costante tra tutela, ricerca, apertura al pubblico e attività divulgative. Come si costruisce, nella pratica, questo equilibrio tra esigenze scientifiche, conservazione del patrimonio e accoglienza dei visitatori?
«Gestire un sito archeologico complesso significa abitare una tensione quotidiana tra la necessità di proteggere ciò che è fragile, l’esigenza di mantenerlo vivo attraverso la ricerca e l’obbligo, etico prima che amministrativo, di renderlo accessibile alla collettività. Non esiste una formula risolutiva: è un equilibrio dinamico, da rinegoziare continuamente.
Nella pratica, significa costruire procedure chiare: alcuni spazi possono sostenere un flusso ampio di visitatori, altri vanno preservati con accessi limitati, perché ogni fruizione, per quanto controllata, comporta un’usura che va calcolata, non subita. Significa anche concepire la ricerca non come attività “dietro le quinte”, ma come parte della narrazione del sito: uno scavo raccontato e reso visibile è spesso più efficace di una sala didattica. Serve però disciplina: la comunicazione di una scoperta non può correre più veloce della sua messa in sicurezza e del suo studio scientifico.
Il punto di equilibrio non è un compromesso al ribasso, ma una progettazione che tenga insieme le tre esigenze fin dall’inizio: un sito ben gestito è quello in cui tutela, ricerca e accoglienza si rafforzano a vicenda».




