Tra tensioni globali e caro energia, il primo trimestre 2026 mostra un sistema imprenditoriale che tiene, ma rallenta: crescono i servizi, restano in difficoltà i settori tradizionali
L’attuale conflitto in Medio Oriente si è sovrapposto a uno scenario molto complesso e reso già incerto dalle preesistenti tensioni geo-economiche connesse ai dazi USA e alla conseguente ricomposizione degli scambi internazionali, che hanno già determinato impatti significativi sulle prospettive di crescita globali. Gli analisti, peraltro, prevedono che tali effetti si protrarranno anche oltre l’auspicata conclusione in tempi “brevi” delle ostilità, a causa dei danni alle infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo che, di fatto, limiteranno la capacità produttiva di idrocarburi e prodotti chimici essenziali per le filiere industriali. La crescente incertezza è, infatti, fortemente legata alle preoccupazioni sulle modalità con cui avverrà la distribuzione a livello mondiale dello shock di offerta di prodotti energetici e le reazioni scomposte dei mercati finanziari stanno già scontando l’indebolimento delle prospettive di crescita e delle aspettative di rialzi dei tassi da parte delle banche centrali. Nell’attuale contesto, in cui il commercio internazionale è divenuto sempre più frammentato, le tensioni sono state amplificate dalla chiusura dello stretto di Hormuz, che sta compromettendo le rotte orientali e accentuando i rischi di discontinuità delle catene di fornitura e, conseguentemente, di carenza dei beni intermedi, con potenziali ulteriori incrementi dei costi e una compressione della capacità produttiva delle imprese.
La pericolosa spirale inflattiva determinata dall’impennata dei corsi petroliferi e del gas mette a rischio la tenuta del tessuto produttivo italiano, già esposto a costi energetici non competitivi rispetto agli altri Paesi europei; peraltro, gli spazi più stretti in termini di fiscalità rendono complesso l’adattamento dei conti pubblici alle necessarie misure di compensazione per famiglie e imprese. Seppure con margini di incertezza estremamente elevati, i principali osservatori nazionali e internazionali concordano nella revisione al ribasso della crescita del nostro Paese, su cui pesano le aspettative di inflazione, il rallentamento degli investimenti e l’indebolimento dei consumi interni.
Tale clima di incertezza mostra dinamiche di demografia imprenditoriale coerenti con un orientamento dominante di cautela; gli esiti algebrici su scala nazionale restituiscono un inconsueto avanzo di 690 unità (a fronte della sottrazione di 3.061 imprese nel I trimestre 2025), atteso che nel primo trimestre i saldi, di prassi negativi, scontano i tempi amministrativi delle chiusure di fine anno. Tale risultato è determinato dal deciso contenimento delle cessazioni, pari ad oltre 104 mila (-3,4%), che si sottraggono alle 105 mila iscrizioni (che replicano il valore targato primo trimestre 2025), come illustrato nel grafico seguente.
Su scala nazionale, si conferma la maggiore vivacità delle attività finanziarie e assicurative (+2.301 imprese, +1,55%) e delle attività professionali (+3.168 unità, +1,25%); a seguire, si collocano le attività immobiliari (+1.836, +0,56%). Diversamente, i settori tradizionali, come il commercio, l’agricoltura e la manifattura confermano il bilancio in rosso, mentre le costruzioni mantengono la posizione.
Su scala regionale, il Lazio si posiziona al primo posto per tasso di crescita (+0,42%, a fronte del +0,17% nazionale), in accelerazione di circa il 50% rispetto al primo quarto dello scorso anno (+0,28%).
Anche il bilancio nei territori di Frosinone e Latina è positivo (+147 imprese) e risulta in netto miglioramento rispetto alla prima trimestrale dello scorso anno (+10 unità), in ragione della marcata contrazione delle cessazioni, cui si associa l’espansione non altrettanto significativa delle nuove aperture. Al riguardo, la performance positiva è determinata prevalentemente dalle dinamiche più vivaci della area pontina (+128 unità, rispetto alle 94 aggiuntive dell’analogo periodo dello scorso anno); mentre il Frusinate torna in avanzo (+19 imprese, a fronte della contrazione precedente di 84 realtà), grazie al contributo della più evidente decelerazione delle cessazioni (-9,6%). La disaggregazione delle dinamiche nelle province di Frosinone e Latina è esposta nelle seguenti tabelle.
Il quadro complessivo, in linea con le tendenze emerse anche su scala nazionale, è in gran parte trainato in entrambe le province dall’espansione dei servizi; altrettanto, l’agricoltura ed il commercio mostrano un bilancio in rosso che in termini relativi è più accentuato nel Frusinate.
A partire dal 2005, in applicazione del D.p.r. 247 del 23/07/2004 e successiva circolare n° 3585/C del Ministero delle Attività Produttive, le Camere di Commercio possono procedere alla cancellazione d’ufficio dal Registro delle imprese di aziende non più operative da almeno tre anni. Per tenere conto di tali attività amministrative, ai fini statistici, i confronti in serie storica sono calcolati depurando i relativi stock dalle cancellazioni disposte d’ufficio.




